Ogni anno, in occasione del capodanno Persiano, seguendo le poche tradizioni che mi ha passato mio padre, faccio crescere una piccola piantina di Sabzeh, germogli verdi che nascono dai semi di lenticchie, grano o fagioli.
Con delicatezza, ne lascio alcune manciate in un piatto, le copro con un panno umido e metto al buio per i primi due giorni. Poi, ogni sera le sciacquo sotto l’acqua del rubinetto, ruotando il piatto da un lato e poi dall’altro perché tutti i germogli siano ugualmente bagnati e alimentati, ma in modo che l’acqua non ristagni alla loro base. La loro presenza sulla tavola di Haft-sin (le sette s, come appunto sabzeh, ma anche sib, mela, o sir, aglio) simboleggia la rinascita e l’inizio di un nuovo ciclo di vita. uest’anno, però, Nowruz ha un sapore più triste. A Teheran, dove vive la mia famiglia persiana, adesso c’è il fuoco, e colonne di fumo, e guerra. Mio padre mi dice che non se la sente di celebrare la vita. Quante lacrime e quanto dolore deve ancora sopportare questo popolo, dopo anni di tensione, rivoluzione, soprusi, dopo settimane di repressione violenta inflitta dal regime - lo stesso regime da cui mio padre è fuggito. Quanto ancora?
Alla fine, però, ci siamo convinti a continuare questa tradizione, e proteggere la nostra identità culturale. Guardo le sue piantine, lui ha sia lenticchie che fagioli: sono basse basse, e tanto vogliose di crescere. La mia, invece, è già rigogliosa, troppo! Come al solito, per Sizdah Bedar - il tredicesimo giorno dopo Nowruz - sembrerà una vecchietta con la pelle flaccida e rugosa, e quando la lascerò scorrere via nel fiume avrà l’aspetto di un mocio… mannaggia! Ho sempre troppa fretta. Ho scelto un piatto un po’ diverso per i miei germogli, quest’anno. Ha una casina con il tetto rosso al suo centro, rialzata, e una piccola collina che la sorregge.
Alla fine, però, ci siamo convinti a continuare questa tradizione, e proteggere la nostra identità culturale. Guardo le sue piantine, lui ha sia lenticchie che fagioli: sono basse basse, e tanto vogliose di crescere. La mia, invece, è già rigogliosa, troppo! Come al solito, per Sizdah Bedar - il tredicesimo giorno dopo Nowruz - sembrerà una vecchietta con la pelle flaccida e rugosa, e quando la lascerò scorrere via nel fiume avrà l’aspetto di un mocio… mannaggia! Ho sempre troppa fretta. Ho scelto un piatto un po’ diverso per i miei germogli, quest’anno. Ha una casina con il tetto rosso al suo centro, rialzata, e una piccola collina che la sorregge.
Adesso che le mie lenticchie sono alte alte, sembra che la casa sia immersa in una palude piena di canneti. Tutto ciò diverte la mia fantasia. Un fiocco rosso le lega tutte insieme. Le loro radici sono esposte, non c’è cotone, non c’è terra. Si intrecciano, si accavallano, e creano un piccolo materasso su cui nasce la vita. owruz, per me, è sempre stato il pretesto per celebrare proprio le mie radici. Sono per metà persiana, ma per una serie di scelte e situazioni familiari, non mi è stato mai insegnato il farsi, né sono mai potuta andare in Iran a conoscere di persona i miei nonni, zie e zii, cugine e cugini, bis e tris.
Di loro, non ho impresso nessun volto.
Pochissime foto, in un album sfogliato da piccola, hanno creato una vaga immagine, di cui ricordo solo gli occhi, neri come la pece e le sopracciglia folte.
Le voci. Quelle mi ricordo. E con loro, anche la mia, che ogni settimana al telefono, tra la timidezza e la vergogna di sbagliare le parole nonostante i suggerimenti di baba, risponde:
Le voci. Quelle mi ricordo. E con loro, anche la mia, che ogni settimana al telefono, tra la timidezza e la vergogna di sbagliare le parole nonostante i suggerimenti di baba, risponde:
Man Isabella astam! - Io sono Isabella!
Man bus miferestam! - Io mando baci!
Halo! Salam! - Pronto! Ciao!
Bosce. Khodafez! - Va bene! Arrivederci!
Tutti, al di là del telefono, ridono. Havva, mia zia, che contava gli stessi anni di mia nonna Gioia, ha una voce piena di vita, mi dice qualcosa, e baba mi suggerisce di rispondere molte grazie, "Kheli Mamnunam", dico io sbagliando qualcosa. Arriva ancora una risata metallica, che attraversa i nostri telefoni degli anni ‘90. Mi passano la voce dello zio più grande, quello che baba gli vuole tanto bene, che lo ha cresciuto. Chissà quanto è alto, se è alto, se ha i baffi. Però gli occhi so come ce li ha. Come me, e come mio babbo.
Man bus miferestam! - Io mando baci!
Halo! Salam! - Pronto! Ciao!
Bosce. Khodafez! - Va bene! Arrivederci!
Tutti, al di là del telefono, ridono. Havva, mia zia, che contava gli stessi anni di mia nonna Gioia, ha una voce piena di vita, mi dice qualcosa, e baba mi suggerisce di rispondere molte grazie, "Kheli Mamnunam", dico io sbagliando qualcosa. Arriva ancora una risata metallica, che attraversa i nostri telefoni degli anni ‘90. Mi passano la voce dello zio più grande, quello che baba gli vuole tanto bene, che lo ha cresciuto. Chissà quanto è alto, se è alto, se ha i baffi. Però gli occhi so come ce li ha. Come me, e come mio babbo.
Gholam Hassan, mio nonno, che una volta incontrò un ghepardo e che aveva perso tutto causa dell'epidemia di spagnola. Fatemeh, detta Khanem, la signora, mia nonna, bibi-jun, che aveva origini dalla Mongolia. Zaher, Ali, Zoleykha, Mah Banu, Havva, i miei zii e zie, che immaginavo in una casa luminosa, nel verde, con il mio baba bambino. E Parvané, il cui nome significa farfalla, una mia cugina la cui bellezza si spense troppo presto.
Come vorrei che l’Iran fosse conosciuto per i loro occhi, le loro voci, le loro storie.
E per quella piccola piantina che si chiama Sabzeh.
Come vorrei che l’Iran fosse conosciuto per i loro occhi, le loro voci, le loro storie.
E per quella piccola piantina che si chiama Sabzeh.